
Diavolo
«Why, this is hell, nor am I out of it.»
Christopher Marlowe
Basso · archi e basso continuo
Il Seicento ha dato al Diavolo una voce precisa, quella del basso. Profonda, teatrale, capace di sedurre ancora prima che di spaventare. Il programma la segue attraverso quattro testi in cui il Diavolo perde, uno dopo l’altro, il possesso della parola: il Plutone di Monteverdi che comanda; il Lucifero di Carissimi, nudo senza violini, solo con il continuo; l’anima dannata in un mare di fiamme di Stradella; il Diavolo respinto nel Tartaro per preservare Maria di Vitali.
Tutto intorno battaglie, balli delle ombre, ciaccone che turbinano come un cerchio che non si chiude.

Strega
«Donne che il rogo non ha messo a tacere.»
Contralto · archi e basso continuo
Prima di essere un’accusa, strega era il nome dato a una donna che sapeva. All’inizio comanda gli spiriti: le furie di Caldara, la maga di Purcell che chiama e viene obbedita. Poi, in Händel, nessuno risponde alla sua invocazione: «sorde da me: perché?». Restano le donne che quella musica l’hanno scritta davvero: la teologia negativa dell’amore di Francesca Caccini, che canta tutto ciò che non è; Antonia Bembo, che per avere la sua musica stampata deve inchinarsi a un re; il braccio tremante della Giuditta di Élisabeth Jacquet de la Guerre: infine, il bosco, dove la ridda delle streghe si libera in ballate, tarantelle, canti di guarigione e di rivolta.

Sottovoce
«Si parlava piano per dirsi tutto.»
Soprano e basso · archi e basso continuo
Vi è una musica che nasce dove la parola trema e non osa farsi voce, dove il cuore si piega sotto il peso di ciò che ama, in cui si parla piano ma per dirsi tutto.
Dal dialogo di Legrenzi tra ombra e luce, parola e silenzio, si passa alle lagrime della Strozzi che racconta di chi ha osato aprire il proprio cuore e ne ha conosciuto il dolore dolceamaro. Steffani trova nell’oblio un agognato luogo di quiete e Stradella intreccia le voci di due amanti, che si cercano e si respingono, specchio dell’ambiguità del desiderio amoroso.
Così la musica si fa eco dei segreti dell’animo: lì dove dimorano le attese, i nomi sussurrati, gli sguardi e le memorie antiche, si può entrare infatti solo in punta di piedi, parlando sottovoce.

Sete
«Carne, bocca, pelle.»
Contralto · archi e basso continuo
Nel Seicento la figura dell’amante e del santo dialogano tra loro: entrambi credono, adorano e vivono anelando verso l’alto e verso l’altro.
Il Monteverdi di Sì dolce narra con una scomoda fierezza del suo viaggio tormentato verso l’amata, dove perde persino sé stesso pur di avvicinarsi a lei un passo in più.
Sfrontato e beffardo, l’amante di Merula giura di non sciogliere mai quel «caro laccio», così come il Battista di Bononcini benedice e adora le pene «che dan lustro a la sua fè».
Come fil rouge, il principe Desiderio: tenero nelle note del Cesti, grottesco nella vecchia sdentata di Marini, vendicativo in Frescobaldi e assurdamente compiaciuto in Lambert, che morirebbe di piacere se soltanto fosse più felice.
Chiude la ciaccona di Ferrari: e se morire d’amore fosse una danza ostinata?


Miracolo
«Vivo sin vivir en mí.»
Teresa d’Ávila
Soprano, contralto e basso · archi e basso continuo
«Vivo senza vivere in me», scriveva Teresa d’Avila, e forse è questo il Miracolo: che un cuore possa farsi dimora dell’assenza, che il freddo di Purcell custodisca ancora il respiro di un morto, che in Monteverdi da una valle di lacrime salga una esile preghiera.
C'è chi ritorna al gelo, chi chiama una patria perduta, chi come Sances affida agli anni la fedeltà di un nome.
E poi due madri, raccontate da Merula e Liguori, chine sulle culle, con negli occhi l’ombra lontana delle croci; le loro mani sanno ciò che la ragione non osa dire: ogni vita è già una partenza, eppure merita d’essere cullata da una ninna nanna. La musica allora si fa dolce riposo, e persino il cielo tace per ascoltare la voce di una madre che canta.
